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14 Marzo: Roma Pechino e ritorno con la PANDA!!!!
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roberto
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Registrato: 23/01/06 18:58
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MessaggioInviato: Lun Feb 18, 2008 5:13 pm    Oggetto: 14 Marzo: Roma Pechino e ritorno con la PANDA!!!! Rispondi citando

Ciao Amici,
ricevo e volentieri pubblico un racconto di Fabio Migli, un viaggiatore di quelli veri! E' di Roma, è del gruppo di Avventure nel Mondo. E' uno di quelli che hanno fatto del viaggio la loro vita.

La cosa che sconvolge è che tutto ciò che leggerete qui di seguito Fabio lo ha fatto assolutamente in solitaria e con una ulteriore particolarità: Fabio cammina su una sedia a rotelle! Questo non vuole essere una nota per impietosire nessuno nè per divulgare notizie personali, nè tantomeno per presentare Fabio come un fenomeno da baraccone. Lo evidenzio perchè la sua situazione e le sue parole riusciranno a farci capire il suo entusiasmo, la voglia dell'Uomo di andare avanti, di proseguire oltre le difficoltà che per qualcuno come nel suo caso, si sommano ulteriormente a quelle che viaggi di questo tipo già portano scritte in sè.



Grande Fabio, Ti aspettiamo a Latina per condividere con te le tue esperienze.

Robbb



Fabio, una vita in viaggio.

Sono un 44enne imperterrito viaggiatore solitario in Panda. I miei primi viaggi iniziarono nei lontani anni '80, appena conseguita la patente, con una Panda 30, destinazione Germania.
Poi la nuova meta che allora mi sembrava irraggiungibile: Capo Nord nell'estate 1986. Sempre alla ricerca di nuove sensazioni, ripetei il medesimo percorso nel febbraio 1987, ancora con la Panda 30, sfidando tempeste di vento e neve con temperature di quasi -40!

1989- Con l'acquisto di una nuova Panda 4x4, la Scandinavia invernale e la guida in motoslitta o con slitte trainate da bellissimi cani, diventò un abitudine e spinto da nuovi traguardi, arrivai anche nella gelida e ventosa notte polare delle isole Svalbard nel gennaio 1990.

Nell'estate 1990 cambiai latitudini: Il bellissimo Marocco che mi fece scoprire una nuova ed affascinante realtà. Questa volta non ero solo, infatti, mi trovavo ad accompagnare due motociclisti, uno dei quali era mio fratello Stefano.



Nel 1991 e nel 1992 feci due viaggi in Islanda in squadra con mio padre, tra montagne, ghiacciai e fiumi da guadare. Con l’aspirazione del motore portata all’interno dell’abitacolo, la Panda attraversò agevolmente fiumi profondi fino a quasi un metro.

1993- Il coronamento di un sogno: raggiungere Capo Nord via terra. Un'altra bellissima esperienza attraversando i paesi dell'Est fino a S. Pietroburgo e poi via, verso nord per la Carelia russa oltrepassando la città di Murmansk, dunque la Norvegia.

1994- In compagnia di amici passo uno strano inverno al caldo del deserto libico, fra altissime dune di sabbia. Anche sulla sabbia la Panda non si smentisce, dando filo da torcere alla Toyota Bj del gruppo. Il mal d'Africa comincia a farsi sentire!


1995- Russia, destinazione Urali Polari. Volevo raggiungere la misteriosa città di Vorcuta situata tra gli Urali Polari 3.000 Km a NE di Mosca, ma le strade ad un certo punto si rivelarono inesistenti e per tornare dovetti caricare la macchina in un container posto su di un treno. Fu un tragitto pessimo, dato che per tutta la durata del viaggio in treno di 24 ore, rimasi chiuso in macchina nel container stesso. In Russia vige un detto: “mai avere fretta”.




Inverno 1995- Dopo un necessario “restyling” della carrozzeria, torno di nuovo in Libia tra sabbia e caldo.



Estate 1996- Nuovamente in Islanda percorrendo le difficili piste dell'interno.


Nel 1999 il cambio della Panda cede e visto l’alto costo per la riparazione decido di fermarla in garage. Nell’ottobre del ’99 acquisto una seconda Panda 4x4. Si tratta di una trekking 1.1 kat. Va bene, ma mi sembra fin troppo accessoriata e delicata, data l’elettronica di bordo, per affrontare le strade del mondo.


Febbraio 2002- Riesco a reperire un cambio usato e la “storica” Panda torna in vita! Il "mal d'Africa" prende nuovamente il sopravvento e riparto per provare ancora una volta le intense emozioni della guida solitaria nel deserto. Questa volta in Algeria.



2002: Il primo viaggio in Asia Centrale.

L'estate del 2002 mi vede partire per un fantastico viaggio della durata di due mesi, lungo 20.000Km attraverso parte dell’Asia centrale:
Parto il 16/8/2002 da Roma con la mia ormai vecchia Panda 4x4 con più di 550.000Km sulle spalle per una destinazione nuova ed affascinante: l'Asia centrale.
Un entusiasmante percorso denso di incognite attraverso Europa, Russia e l'immenso Kazakhstan, incontrando città da mille ed una notte e i maestosi monti del Kungej Alatau alti fino a 6000 metri. Poi il confine cinese (solo la frontiera dato che non avevo il visto cinese, altrimenti avrei proseguito...), per poi fare rotta verso nord, in direzione Siberia, dove mi aspettano le bellissime vette dei monti Altaj vicino alla Mongolia. Dunque il ritorno visitando le città della Russia siberiana: Barnaul, Novosibirsk, Omsk, Tjuratam, Ekaterimburg, Perm, Kazan, Mosca.
E finalmente, dopo due mesi e
20.000km, casa.



Luglio 2003. L’Oriente misterioso mi chiama e parto nuovamente per un infinito viaggio di tre mesi e mezzo della lunghezza di 27.500Km. Ormai la Panda l’ho attrezzata a “mini camper”, infatti sarà la mia casa per tutta la durata del lunghissimo e difficile percorso, che si snoda tra Europa, Russia, Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakhstan orientale, Siberia e ritorno su Mosca, come a voler chiudere un immenso cerchio immaginario attorno l’Asia centrale.
Un viaggio interminabile che mi porta alla scoperta di posti e genti lontane, tra le sconfinate steppe kazake, le bellissime città carovaniere di Bukara e Samarcanda, che inevitabilmente mi riportano alla mente Marco Polo, Tamerlano e Gengis- Kan, ed il misterioso Tagikistan, dominato dagli altissimi monti del Pamir “il tetto del Mondo”, alti fino a 7.500 metri. In questi luoghi mi inoltro oltrepassando valichi di 4.600 metri, incontrando pastori nomadi che vivono nelle tipiche Yurte tra Yak e cime innevate.



Poi il Kirghizistan ed il Kazakhstan orientale costeggiando il confine cinese fino a giungere, in Siberia, al lontanissimo e vastissimo lago Bajkal, dove arrivo il primo ottobre nel pieno del freddo autunno siberiano. Da qui in poi, una lunga e infinita galoppata con la mia Panda 4x4 verso ovest fino a Roma, in cui giungo finalmente il 25 ottobre 2003.
Il contachilometri segna 607.455Km.
Uzbekistan. Samarcanda. Di questi viaggi ricorderò sempre la curiosità, l'onestà e l'ospitalità delle moltitudini di genti differenti incontrate durante il mio lungo peregrinare da solo. Non una volta mi sono sentito perso, non una volta non ho ricevuto l'aiuto richiesto, non una volta mi sono sentito abbandonato...In tutte le persone incontrate ho
trovato l'amicizia e la pace.




Tagikistan. Guado tra i monti del Pamir.











Meravigliosi panorami tagiki.









Venditori di benzina al bazar di Murgab.
2004: L’infinito percorso in Asia, tra Cina, Tibet e India.

Nell’estate 2004 mi viene offerta una imperdibile possibilità di partecipare ad un raid motociclistico tra Cina e Tibet, organizzato per la prima volta da Avventure Nel mondo. Il direttore, conoscendo i miei viaggi precedenti mi dice: “se ti fai trovare con la tua Panda a Tashkent (Uzbekistan) per il 4 agosto, giorno di arrivo per via aerea dei motociclisti italiani, ti inserisco nel gruppo, e per tutta la durata del loro raid di un mese fino a Kathmandu, sarà per te a spese mie. Poi dal Nepal, vedi tu come tornare. I motociclisti rientreranno in aereo.”
Non potevo non accettare, da sempre sognavo di varcare la porta dell’infinita Cina. Il Tibet poi, mi era sempre sembrato come una chimera. Certo, non sarei stato solo e libero di girare per il Paese e conoscere la popolazione come mio solito, ma questo è il prezzo da pagare se si vuole entrare in Cina con il proprio veicolo. Infatti ogni gruppo di mezzi stranieri deve essere seguito da una persona autorizzata dal governo cinese, e devono anche essere dotati di speciali documenti di circolazione, patente e targhe in cinese.
Documentazioni difficili e costosissime da ottenere. “Da solo non sarei mai riuscito ad entrare nella grande nazione orientale, e poi si tratta solo di un “breve” intervallo di un mese”, penso tra me.
La partenza avviene il 10 luglio con la solita e inseparabile Panda “x” (per via della targa!).
Il fatto di avere un appuntamento a più di 7.000km da casa mi rende irrequieto. Non posso arrivare a Tashkent oltre il 4 agosto, perderei il passaggio in Cina!
“Quest’anno ho il motore nuovo, quindi non dovrei aver problemi di sorta”, rifletto durante i primi chilometri di viaggio.
Infatti la macchina si comporta benissimo, (a parte qualche cedimento nella parte posteriore della scocca, indebolita dalle sollecitazioni e dalla corrosione accumulata con gli anni ed i chilometri, prontamente riparata da abili carrozzieri uzbeki.) e riesco ad incontrare il gruppo di motociclisti italiani a Tashkent, capitale uzbeka!
Mi fa un certo effetto essere l’unico del gruppo arrivato fin qui via terra ed in più la sola vettura (a parte quelle dell’organizzazione cinese, che “cortesemente” ci scortano).
All’inizio i motociclisti sono preoccupati per la mia presenza, pensando che possa rallentare la loro andatura, o peggio, far perder loro del tempo in seguito a rotture varie.
Ma dopo i primi giorni, sono costretti a ricredersi e la vecchia Panda viene soprannominata “motopanda”. Infatti sono sempre a ridosso del gruppo anche durante i lunghi tratti impervi e pietrosi tibetani. Sono invece i due fuoristrada cinesi a farsi attendere in seguito a frequenti problemi meccanici e forature.
Attraversiamo paesaggi da sogno, passando dal caldo Xinijang, alle magnificenze montane himalayane. Valichiamo alti passi dalle vertiginose altezze sormontati dalle bandiere di preghiera, ed increduli, raggiungiamo Lhasa, culla del Tibet e del buddhismo.
Gli impareggiabili motociclisti, riescono a compiere un’impresa degna di un Guinness: in quattro riescono a portarmi in visita a tutti i piani del maestoso palazzo Potala. 11 piani di scale, a volte ripidissime e strette. Forse nessuno prima di me era stato portato fin quassù con una carrozzella!
E come in preda ad un estasi (forse per la scarsità di ossigeno dovuta all’altezza), arriviamo al Campo base Everest posto a quota 5.300m.
Dopo vertiginose discese su una terribile strada tormentata da frane e fango, stanchi ma appagati, giungiamo nel caldo tropicale di Kathmandu. E’ l’inizio di settembre.
Il percorso dei coraggiosi motociclisti volge al termine, mentre il mio è soltanto a metà!
Il distacco dai miei amici è doloroso, mi ero abituato alla loro presenza ormai, ma era inevitabile. In breve mi ritrovo solo nel caotico traffico della capitale nepalese.
Durante il viaggio fatto di corsa appresso al gruppo, non avevo avuto il modo di rendermi conto esattamente dove mi trovavo, e tutto mi sembrava distaccato e lontano. Ora, invece, la realtà circostante mi cade addosso e travolge come un fiume in piena.
Per fortuna il senso di spaesamento dura poco e riesco a riprendere il controllo della situazione. Ho varie cose da fare prima di ripartire. Prima di tutto le riparazioni alla scocca che sta per cedere nuovamente, poi i visti per India e Pakistan.
Un gruppo di maestri artigiani del ferro rimettono in sesto la Panda in mezza giornata, ed in cinque giorni di attesa ottengo i visti. Si riparte!
Visito il Nepal, poi entro in Sikkim perdendomi tra verdissime piantagioni di tè e dispettose scimmiette.
Ancora montagne, ma ora gradatamente, cominciano a divenire colline coperte di fittissima vegetazione poi, finalmente, pianure. Sono in vista del sacro Gange, che diventerà il mio compagno fino a Delhi.
La guida in India è spossante per via del traffico impossibile, i rumori, lo smog che a volte blocca il respiro, e le condizioni delle strade. Nei villaggi, o peggio nelle città, veicoli strombazzanti di ogni tipo, animali e persone, si muovono in una sorta di apoteosi generale senza regole alcune. A volte sono costretto a fermarmi per non impazzire.
Non so come, ma “approdo” a New Delhi che sembra essere il fulcro del caos e dell’inquinamento indiano. Dopo un giorno di riposo, decido di tornare tra le montagne himalayane in cerca di tranquillità e aria pulita. Non potevo perdermi il Ladakh!
Qui, nella quiete del “Piccolo Tibet”, ritrovo me stesso.
Monasteri, bandiere di preghiere templi e monaci mi danno il benvenuto a Leh, capitale spirituale ladakha.



La Panda mi accompagna, fedele come sempre, in cima al valico carrozzabile più alto del mondo: il passo Khardung-la, a quota 5.640m.
Lascio il misterioso Ladakh, e di valico in valico mi spingo fino al Kashmir, conteso da Pakistan e Cina, ma di fatto controllato dall’India.
La bellissima città di Srinagar, sulla riva del sognante lago Dal, si schiude ai miei occhi come un fiore prezioso e segreto. Un amichevole famiglia mi invita a pranzo a bordo del loro house boat sul lago argenteo. Momenti tranquilli ed indimenticabili che contrastano terribilmente con la difficile situazione militarizzata in cui vive la popolazione kashmira.
Da pazzo provo a spingermi verso la zona di “cessate il fuoco”, il confine conteso tra India e Pakistan, ma come immaginavo vengo bloccato ed obbligato a tornare sui miei passi.
L’unica frontiera aperta al transito internazionale tra i due paesi è quella di Amritsar, 600km a sud da qui.
Finalmente ad Amritsar, dopo aver visitato il famoso “Tempio d’Oro”, varco la maestosa frontiera indo/pakistana. I militari pakistani mi osservano incuriositi con le loro strane uniformi.
Lahore mi accoglie con il suo traffico, caotico e rumoroso, ma più sopportabile rispetto a quello indiano. E’ una città mistica ed ammaliante piena di gente curiosa ed affabile, una città viva. Mi sento a mio agio qui.
Il mio viaggio prosegue verso la capitale. Islamabad dista 400km a nord. E pensare che attraverso la zona del “cessate il fuoco”, Islamabad sarebbe stata a solo 200km da Srinagar. Evitare la zona vietata mi costa la bellezza di 1000km di “deviazione”.
A Islamabad, città nuovissima e senza storia, contatto l’ambasciata iraniana per ottenere il visto di transito, ma la procedura è lunga: due settimane di attesa! “Poco male, ingannerò l’attesa girando un po’ per i monti pakistani” penso tra me.
Seguono giorni ramingo tra meravigliose montagne e villaggi. Ormai sono a metà ottobre e le vette del Karakorum sono imbiancate e le strade bloccate dalla neve. Impiego diversi giorni per arrivare a Chitral, vicino all’Afghanistan. Impossibile proseguire oltre, torno a Islamabad, ritiro il sospirato visto e riprendo a viaggiare i sud-est, verso l’irrequieto Balochistan, regione a statuto speciale addossata all’Afghanistan. In questi luoghi incontro tantissime persone barbute che portano a tracollo, con naturalezza, pesanti Kalashnikov. Alcuni di loro mi dicono: “fai attenzione, questa sono zone un po’ “particolari””.
Come mio solito, anche quaggiù continuo a dormire nella mia “Panda-mini-camper”, senza incontrare problemi di sorta. La gente si rivela amichevole e gentile, come in tutti gli altri luoghi visitati durante i scorsi mesi di viaggio, d'altronde.
L’ultima città pakistana che attraverso è la grande Quetta, ormai il confine con l’Iran è vicino.
Una volta varcata l’importante frontiera il mondo cambia: la strada si fa perfetta, levigata e ampia come una delle nostre autostrade. La viabilità riprende come in Europa, mantenendo la destra. Io che ormai avevo fatto l’abitudine alla guida a sinistra, usata da Nepal, India e Pakistan, trovo qualche difficoltà a riabituarmi, e nei primi chilometri mi ritrovo a guidare contromano!



Mi rendo conto che sono più di tre mesi e mezzo che sono in viaggio e comincio a sentire la necessità di tornare a casa e perdo l’interesse nelle soste a visitare le importanti città iraniane.
Faccio una sosta giusto alla storica fortezza di Bam, distrutta da un devastante terremoto. Rimango attonito ed ammutolito di fronte a tanta distruzione, con un groppo in gola.
Avevo tanto sognato negli anni passati di visitare questa mitologica città-fortezza costruita d’argilla. Nelle fotografie appariva come un gigantesco castello di sabbia, ed ora come tale si è disgregato, sbriciolato, di fronte all’immane Una tristezza infinita si impossessa di me, che mi spinge ad allungare il passo verso Tehran ed il confine iraniano/turco. Quando oltrepasso la frontiera sento già l’aria di casa, ed in pochi giorni arrivo al lungo e maestoso ponte sul Bosforo. E’ commuovente quando vedo il cartello che mi informa che sono in Europa.
Ora mi attende soltanto l’ultima frontiera con la Grecia, e poi dopo un traghettamento rientro in Italia, a Brindisi. Sembra quasi impossibile riprendere a parlare con la gente utilizzando la mia lingua dopo più di 4 mesi passati a zonzo per l’Asia, incredibile.
Provo a raccontare del mio girovagare, mentre gusto un bel piatto di tagliatelle al gestore di un ristorante della città portuale, ma sono certo di non venir creduto. Anzi rischio di essere preso per pazzo!
Il giorno successivo, è il 15 novembre 2004, dopo 32.000km torno a casa, parcheggio in garage come niente fosse e spengo il motore, ma non i pensieri che continuano a galoppare tra le pieghe dell’Asia. Sento che la mia casa non è più qui ma in viaggio, errante da qualche parte verso l’Oriente profondo.





















2006: Dall’Italia a Pechino e ritorno.




2006: Da AnM mi viene offerta nuovamente la possibilità di partecipare ad una “prima” di viaggio moto-automobilistico, per un raid dall'Italia a Pechino. Stavolta mi viene richiesto di pianificare l'intero percorso per la durata massima di 45 giorni.
Decido per il collaudato Europa dell'est, Russia, Kazakhstan, pista "polverland" nel platò di Ustyurt, Uzbekistan, Kirghizistan, frontiera di Irkestam, Kashgar, lago Qinghai, Xi'An, Pechino.
Trovati i partecipanti, parto in anticipo, il 10 luglio, per testare il tracciato ed inviare dal vivo i punti g.p.s. al capogruppo. La Panda comincia a risentire dei suoi 640.000km e le giunture ne patiscono. In corso di viaggio, devo ricorrere più volte all'aiuto di bravi saldatori per rattoppare la scocca indebolita dalla corrosione in corrispondenza degli attacchi delle balestre posteriori.
Comunque sia, indefessa, mi porta ancora una volta alla frontiera cinese dove trovo l'impolverato ed assortito gruppo italiano e la guida cinese di mia conoscenza. Riesco a trovare un accordo con la guida ed il capogruppo per farmi proseguire, in via del tutto eccezionale, da solo in Cina. Non mi trovo bene con il gruppo, troppo numeroso e spocchioso. Ho bisogno di viaggiare tra la gente che incontro lungo la strada come mio solito, sentendomi quasi uno di loro, senza fretta.
Visito la brulicante Kashgar, il lago Kara-Kul, Donhuang, sfioro il Tibet nella regione del Qinghai, mi perdo tra lo splendore dei monasteri di Ta'er, ed il meraviglioso Labrang, dove rincontro brevemente il rumoroso e nervoso gruppo.
Altre saldature mi attendono nella famosa Xi'An, poi una veloce galoppata fino alla capitale che si appresta alle olimpiadi del 2008. Qui saluto i partecipanti dell’impegnativo raid che stanno per tornare in patria in aereo dopo aver provveduto ad imbarcare i mezzi al porto di Tanggu per il loro lento rientro in Italia.
Da Pechino fino alla frontiera mongola vengo accompagnato dalla simpatica guida Wang, che si occupa delle farraginose pratiche di sdoganamento della Panda. Finalmente, in Mongolia, torno libero di viaggiare senza l'incombenza della guida, io e la gente che mi circonda.
Il paesaggio cambia improvvisamente, e dalla organizzata Cina entro in un piccolo e polveroso villaggio. Anche la strada scompare e ben presto mi ritrovo a percorrere una pista tipo Paris-Dakar a ridosso della linea ferroviaria per Ulaan batar, che diverrà il mio faro da seguire fino alla lontana capitale mongola. Impiego due giorni per arrivare alla grande città. La macchina ha bisogno ancora una volta di rinforzi alla scocca, ridotta tutta ad un rattoppo arrugginito, ormai. Un operazione condotta da eroici carrozzieri dentro un capannone semifatiscente.
Ho da aspettare circa 10 giorni per ritirare il visto di ritorno per la Russia, quindi faccio un ulteriore passeggiata verso l'interno del Paese. Mi spingo fino al sorprendente monastero di Ederne-Zuu, supero Teserleg e giungo ad un bellissimo lago azzurro che contrasta con un nero vulcano spento. Qui incontro delle meravigliose persone che mi portano di peso, con tutta la carrozzella, fino alla sua sommità dal quale si gode di uno splendido panorama.


Torno per la scassatissima "strada" ad Ulaan Batar, ritiro il visto russo, e riparto verso il confine a 300km a nord della capitale mongola. E' il primo ottobre quando oltrepasso il confine ed entro nella Russia siberiana.
“Devo affrettarmi a tornare in Italia per evitare di restare intrappolato nel gelido inverno siberiano", penso tra me, mentre guido tra la taiga già colorata dall'autunno inoltrato. Infatti la neve non si fa’ attendere e mi regala un candido panorama del lago Bajkal. Nei giorni seguenti la temperatura sfiora i -20°, e durante le notti passate sul materassino gonfiabile, che monto ogni sera in macchina, utilizzo uno strato di 3 sacchi a pelo per dormire al "caldo". Un viaggio tutto ad ovest lungo e pesante per le basse temperature e le nevicate insistenti, fino a Mosca, dove il tempo si fa fortunatamente più "tiepido". Mi sembra incredibile quando arrivo a casa. E' il 15 novembre, il contachilometri segna 673.000km! Ho percorso 33.000km con questa vecchia ma onesta ed inseparabile vettura, fedele compagna di mille avventure, che è stata casa e mezzo di trasporto per raggiungere e vivere posti e genti formidabili.























2007: Il pazzo viaggio in Afghanistan.


Dal 1999 sono diventato possessore di una seconda Panda 4x4 trekking, che fino ad ora avevo usato come macchina da città, tra un viaggio e l'altro della "storica" e vissuta Panda. Purtroppo la scocca della vecchia è ridotta molto male, e decido di testare la "nuova" Trekking (alla partenza il contachilometri indica “soltanto” 180.000km, una giovincella in confronto all'altra!).
Impiego qualche tempo per attrezzarla come la vecchia, dall'assetto più alto e rigido per via di sospensioni particolari. Praticamente, con l'aiuto di mio fratello, “Panda-meccanici” ufficiali di tutti i viaggi, operiamo un doppio trapianto senza rigetto: le sospensioni basse e morbide finiscono sull’antica, e quelle spessorate e dure sulla Trekking.

Nel luglio 2007 decido di ritentare la via della Cina, usando però, la seconda Panda 4x4.
Sapevo bene di avere poche possibilità di entrare in Cina, non avendo gli speciali e costosissimi documenti auto (le due volte precedenti ero accompagnato da una guida cinese durante l’attraversamento del vasto stato orientale), ma volevo tentare ugualmente.




2/07/2007, il viaggio ha inizio. Una specie di collaudo per la seconda auto.

I chilometri filano via veloci, ripercorrendo luoghi conosciuti: Austria, Slovacchia, Ucraina, Russia. Qui faccio una “variazione sul tema”, visitando i monti del Caucaso. Una parentesi di frescura che diverrà presto un ricordo durante l’attraversamento dell’infuocato deserto stepposo di Ustyurt, scorciatoia di 500 km su pista sabbiosa per raggiungere l’Uzbekistan. In alcuni tratti di profonda sabbia fine come borotalco, la Panda sembra scomparire. Le nuvole di polvere ricadono sul cofano costringendomi a utilizzare il tergicristallo.
Comunque sia arrivo indenne all’approssimativo asfalto uzbeko, e visito lo sconcertante panorama di Mujnak. Qui, fino a quaranta anni fa si estendeva il limpido e pescoso mar d’Aral. Ora, invece, al posto dell’acqua solo distese desertiche incrostate da sale e impressionanti relitti arrugginiti di vecchie imbarcazioni, adagiate dove un tempo era il mare, il quale ormai è arretrato di quasi 200 km in seguito a dissennati sfruttamenti dei suoi due emissari per uso agricolo.
Lascio la depressa area dell’Aral, puntando decisamente a est. Faccio delle piacevoli tappe nelle storiche città di Kiva, Bukhara e Samarcanda, località che ben conosco, incontrando vecchi amici.
Mi sento di casa in questi luoghi dominati da alti minareti e cupole coperte da lapislazzuli.
Il fatto di parlare abbastanza il russo, mi aiuta molto nel farmi sentire quasi uno del posto.
Oltrepassata Tashkent, la capitale uzbeka, entro nella nazione montuosa del Kirghizistan. Appena fuori Osh prendo a inerpicarmi tra i monti del Pamir fino a valicare i 4.200 metri. I ghiacciai circostanti sembrano vicinissimi e la vista si perde all’orizzonte punteggiato dalle candide yurte dei pastori kirghisi.
“La Cina è vicina”, mi dico, mentre guido lentamente sulla pietraia che da Sary-Tash porta al confine di Irkestam.






L’”esame” cinese.

L’uscita dal Kirghizistan avviene senza problemi, ma mi attende lo “scoglio” cinese.
In un primo momento tutto sembra filare fin troppo liscio, quando mostro ai militari la speciale targa provvisoria cinese che erroneamente mi era rimasta dal viaggio del 2006. Mi fanno addirittura varcare il confine e timbrano il passaporto, ma è solo un loro attimo di sbadataggine. Infatti, il responsabile di dogana si accorge che le targhe sono vecchie, e il giorno successivo mi ricacciano indietro. “Maledizione, era quasi fatta!”, penso disperato. Ancora non convinto, compio un secondo tentativo alla frontiera kazako/cinese di Khorgos, ma anche qui vengo respinto.
Volevo raggiungere il Pakistan, ma la Cina mi sbarra il passo. Che fare?


La stramba trovata.

Ecco allora balenarmi nella mente un'idea pazza che rendeva inquiete le mie notti: tornare a sud, in Uzbekistan, provare ad attraversare l'Afghanistan e finalmente entrare in Pakistan, luogo che mi è rimasto nel cuore dal precedente viaggio in Panda del 2004.
Sembrava un'idea impossibile da realizzare, ma diventa concreta allorché, all'ambasciata afghana di Tashkent, mi consegnano il visto in solo due ore!
Incredibile non credo ai miei occhi, mentre rigiro tra le mani il passaporto con il visto afghano.
Afghanistan: il solo nominarlo fa un po’ paura, ma ben presto capisco che si trattava di un timore più che altro indotto dai media.
Con emozione adrenalinica attraverso il lungo ponte metallico sul fiume Amudarja che divide l'Uzbekistan dall'Afghanistan.
in fretta la preoccupazione svanisce, quando incontro gli amichevoli e sorridenti militari di frontiera sotto il cartello di "Welcome to Afghanistan", sovrastata dall'immagine dello scomparso comandante Massud.






L’ingresso in Afghanistan.

La prima caotica e viva città che incontro è la splendida Mazar-e-Sharif e la sua spettacolare "Moschea Blu" splendente di lapislazzuli celesti. Mi confondo tra la gente sentendomi tra amici come in tante altre parti dell'Asia Centrale visitate in precedenza.
Nel convulso bazar stipulo velocemente un contratto telefonico con un gestore di telefonia mobile afghano, a questo punto mi sento come uno di loro quando un simpatico commerciante baffuto mi consegna la nuova sim "Roshan"!
Riprendo il viaggio verso le montagne a sud attraversando Pol-e-Kohmri, però quando vedo il cartello che indica la strada per Bamiyan, non resisto alla tentazione di andare a visitare i Buddha, o quello che ne resta. Una stradaccia tutte pietre e polvere, ma attraverso panorami di rara bellezza fatti di campi verdi, di arcaici villaggi di argilla e genti semplici, mi accompagna.
E' meraviglioso l'incontro con queste persone percependomi ben accetto. E’ grande la curiosità e la meraviglia dimostrata da grandi e piccini quando faccio provar loro gli speciali dispositivi di guida della macchina, installati dalla ditta Innova snc di Ficaccio & Ciavarolo
via Sarno 4
Latina (sono disabile dall'età di dieci anni). Ogni volta scateno l'apoteosi dei presenti e tutti sorridono, quando schiacciando sul volante, il motore come per magia accelera.





I Buddha di Bamiyan.

Alla periferia del villaggio di Bamiyan, appare una lunghissima e alta parete di roccia rossastra tormentata da grotte di varie dimensioni usate in tempi remoti come abitazioni. Due di queste sono di altezze gigantesche. Sono le nicchie che contenevano i Buddha. Non ve ne’ quasi più traccia, ma a guardar bene nella cavità si riesce ancora a intuire la forma delle statue. E' come un alone rimasto impresso nella roccia sottostante che da l'idea delle dimensioni ciclopiche degli antichi Buddha alti oltre 50 metri.
Ora sono in atto dei lavori di restauro da parte di ditte tedesche e italiane per riportare in vita i Buddha. Non vedo altre persone a gironzolare tra le rovine, a parte la Panda.
Nei campi poco distanti, la popolazione è intenta nei lavori di sempre utilizzando arcaiche tecniche manuali. Trattori e altri mezzi motorizzati sono quasi del tutto sconosciuti. L'unico aiuto viene dai muli o dai buoi usati per arare i campi, o per molare il grano. Delle donne, a volte bellissime, vestite in colorati sari, a volto scoperto, trasportano sulla testa il frutto del lavoro avvolto in teli variopinti.
Il paesaggio circostante, anche senza i Buddha, rimane di una bellezza sconcertante e senza età.


I laghi Band e Amir

80 km a ovest di Bamiyan, su pista misto pietre e sabbia, incontro i laghi blu cobalto di Band-e-Amir. Uno spettacolo che mi lascia senza fiato. Mai in passato avevo visto nulla di simile. E' un dono della natura di un colore puro mai visto prima, incastonato come una pietra preziosa tra un vasto canyon di pietra dalle pareti altissime e verticali. Ricorda il Gran Canyon Usa, soltanto più piccolo. Parcheggio la macchina quasi sull'orlo di una lingua di roccia. Sotto di me un baratro verticale che precipita nell'acqua limpidissima. Provo a gettar giù una pietra, e passano sei lunghi secondo prima di udirne il tonfo. Meglio non sporgersi troppo!
Il lago da un lato è chiuso da una barriera di calcaree bianchissimo solcato da una cascata. Da lontano si ha l'idea di un ghiacciaio che si butta nell'acqua. Il contrasto di colori è indescrivibile.
Stento a credere di essere nel "terribile" Afghanistan.













Finalmente Kabul.

Tutto sembra andare per il meglio, quindi dopo dieci giorni di viaggio in terra afghana mi sento ormai tranquillo e "accasato". Il 20 settembre giungo a Kabul nel fare della sera.
Come per magia, vagando per le sconnesse e polverose vie della città, mi trovo davanti al cancello dell'ospedale di Emergency, dove gli impagabili medici italiani mi ospitano per la notte nel loro appartamento di fronte.
In città, all'ambasciata del Pakistan, devo ottenere un documento doganale per oltrepassare il confine afghano/pakistano, ma qui cominciano i problemi: il console mi informa che dal 2006 è stato interdetto il transito terrestre ai mezzi leggeri tra i due Paesi per ordini governativi. Una doccia fredda. Provo a insistere ma non c'è verso: in Pakistan con la macchina non si può andare.
A questo punto penso di tornare in Italia via Herat e Iran, e prontamente riprendo a guidare tra i vari blocchi di cemento sovrastati da militari armati che delimitano la strada attorno alle "zone sensibili", fino all'ambasciata iraniana. Qui altre difficoltà: "Per avviare le procedure di richiesta del visto, ci deve prima fornire una lettera d’introduzione da parte della sua ambasciata", mi comunica un funzionario.
"Altro giro, altro regalo" penso, intanto che mi re immergo nel caotico traffico di Kabul alla volta della non lontana ambasciata Italiana.



















La “via di fuga”.

Quando varco il massiccio e alto cancello nero che occulta alla vista la sfarzosa sede diplomatica di casa nostra, il mio viaggio itinerante prende una piega che mai avrei immaginato.
I sorpresi carabinieri di guardia chiamano un ancor più incredulo Consigliere dell'Ambasciatore (in vacanza in Italia, dunque il Consigliere faceva le sue veci).
Un ragazzo simpatico e affabile ma irremovibile di fronte al mio voler proseguire il percorso verso l'Iran.
"La strada per Herat è interrotta per operazioni militari in corso e l'unica via sarebbe a sud attraverso Kandahar, zona pericolosissima, non possiamo permetterti di proseguire oltre, in passato abbiamo già avuto fin troppi problemi con sequestri vari. Forse ti possiamo organizzare una via di fuga un po’ "avventurosa", ma penso che si possa fare. Ora ne parliamo con il Generale", afferma il Consigliere.
La "via di fuga", da loro escogitata, è da pazzi: vorrebbero farmi rimpatriare con un grande aereo militare C130, Panda compresa!
"Abbiamo avvertito l'unità di crisi, e il Generale si sta già dando da fare, è una cosa fattibile, c'è solo da attendere un aereo non troppo carico che vada in Italia. Credimi non hai altra scelta. Intanto che aspetti sarai nostro ospite, la stanza presidenziale è a tua disposizione.”.
Il Consigliere è di una squisitezza unica, sempre pieno di attenzioni nei miei riguardi, e in breve divengo la mascotte dell'ambasciata. Mi sento imprigionato, ma non mi lasciano altre chances.














La Panda volante.

Cinque lunghi giorni di attesa poi finalmente, il 26 settembre, m’imbarco con tutta la macchina sul poderoso quadrimotore dall'ipercontrollato e armato aeroporto militare di Kabul. Prima della partenza due elicotteri Apache si levano a mezz'aria, perfettamente paralleli, per controllare l'area della pista. L'interno del C130, spartano ed essenziale, ricorda la stiva di una nave o anche un dirigibile. I quattro potenti motori a elica fanno un rumore infernale, fastidioso anche usando i tappi nelle orecchie. Quando si stacca dal suolo, ondeggia paurosamente tra le onde del cielo, ma una volta in quota si stabilizza e diviene quello che è definito "ferro da stiro". Destinazione finale Ciampino, dopo uno scalo negli Emirati Arabi.
Con immenso stupore mi trovo in breve a guidare tra le vie di Ciampino, frastornato ed assorto nei pensieri. “Soltanto due giorni fa ero tra il caos di Kabul, ed ora eccomi di nuovo in Italia!”, rifletto incredulo. Mi fermo tra le vie della cittadina, che conosco benissimo dal momento che collaboro da tanti anni con una ditta di radiocomunicazioni appena fuori il centro, e faccio un incontro inaspettato. Ascolto una voce familiare che mi chiama per nome: “Fabio, cosa ci fai qui? Pensavo fossi ancora in Afghanistan!”. Si tratta del mio principale, esterrefatto al vedermi già di ritorno. Difficile raccontargli come sono andate le cose. Prosegue: ”Beh, meglio così, forse sono state le nostre raccomandazioni a farti tornare in anticipo. Domani ti aspettiamo, c’è un mucchio di lavoro arretrato per te!”.

Il 27 settembre termina, insperatamente, la mia avventura in terra Afghana.
Quest'ultimo pazzo viaggio mi è rimasto nell'anima più di ogni altro fatto in precedenza. Anche se è stato tra i più brevi, 18.000 km in quasi tre mesi, degli ultimi tempi, si è rivelato molto intenso, emotivo e partecipato. I miei viaggi sono comunque sempre sentiti e vissuti, amplificati dal fatto che parto da solo, abitando nell'ambiente circostante utilizzando la comoda Panda-minicamper e in compagnia delle genti che a mano a mano incontro sulla via, condividendo momenti indimenticabili.
Queste brevi righe sono a ricordo di quei meravigliosi e incancellabili giorni trascorsi tra le generose genti afghane.

Ritorno a Roma, e rivedo la vecchia Panda 4x4 impolverata e triste. E’ strano, mi sembra quasi depressa per averla abbandonata a casa. Non resisto alla tentazione di rimetterla in moto, e dopo pochi giri di avviamento, eccola di nuovo rombante, come se niente fosse.
Quando monto all’interno di questa vissuta vettura, succede una specie di magia: mi tornano davanti agli occhi mille immagini di posti esotici e di genti sorridenti che hanno condiviso con me esperienze ed emozioni indescrivibili in angoli remoti del globo. Ormai tra noi c’è un rapporto di sintonia e quasi di tacita simbiosi.





























Fabio Migli
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L'ultima modifica di roberto il Mer Mar 26, 2008 12:13 am, modificato 3 volte
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aldo67



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MessaggioInviato: Lun Feb 18, 2008 5:34 pm    Oggetto: Rispondi citando

grande Fabio, sei un esempio che nella vita se si vuole si può.
Ti aspettiamo a Latina con grande entusiasmo.
ciao
Aldo
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roberto
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MessaggioInviato: Lun Feb 18, 2008 5:37 pm    Oggetto: Rispondi citando

Ah.... Ho dimenticato di dire che Fabio è legato a Latina perchè la sua Panda è stata modificata per i comandi per i disabili proprio in una officina di Latina!!!! Stiamo cercando anche di contattare il meccanico per farlo presenziare alla serata...
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Stefania



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MessaggioInviato: Lun Feb 18, 2008 11:52 pm    Oggetto: Rispondi citando

Fabio sei grande!
Ti aspettiamo con il viaggio che vuoi raccontarci, anche se leggendoti mi piacerebbe tanto vedere le foto del tuo viaggio in Afghanistan, cmq decidi tu.... basta che ci fai vedere anche una foto della tua Panda! Wink

a presto spero
Stefania
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stella



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MessaggioInviato: Ven Mar 07, 2008 1:02 pm    Oggetto: Rispondi citando

Ciao Fabio!
Un racconto davvero incredibile ed emozionante! Attendo impaziente di conoscerti e di rivivere i tuoi viaggi nelle tue foto.
A presto,
Stella
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roberto
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MessaggioInviato: Ven Mar 07, 2008 6:19 pm    Oggetto: Rispondi citando

Ciao a tutti,
tutto è pronto per questo evento raro, la serata di Fabio Migli è già affollatissima di prenotazioni: nessuno vuol perdersi i suoi racconti.

Appuntamento come ormai di consueto al Hotel Miramare di Capoportiere Venerdì' 14 marzo 2008 alle ore 20,30 per la cena e alle 22,00 per le foto. Vi ricordiamo che DATO CHE ANCHE STAVOLTA E' PREVISTA UNA NOTEVOLE AFFLUENZA DI PUBBLICO E' NECESSARIO PRENOTARE IL VOSTRO POSTO A TAVOLA. La prenotazione poi non è vincolante alla partecipazione alla serata, ma favorisce enormemente il lavoro dello Staff di cucina che per noi tanto si adopera alla buona riuscita della serata. Solo per questa volta potete prenotarvi SOLO TELEFONICAMENTE 24 ore su 24 al numero: 0773 273470 la email del Miramare al momento è inagibile, quindi NON usatela. Grazie.

La cena come sempre ha un costo di 10 Euro e prevede:

- Penne alla Norcina
- Spezzatino con verdure
- Dolce della casa

VI ASPETTIAMO NUMEROSI COME SEMPRE...
Robbb
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MessaggioInviato: Mer Mar 12, 2008 10:12 pm    Oggetto: Rispondi citando

ATTENZIONE:

SOLO PER QUESTA SERATA NON SARA' POSSIBILE PRENOTARE IL TAVOLO VIA EMAIL MA SOLO TELEFONICAMENTE.


Vi preghiamo quindi di chiamare il 0773 273470 e confermare la vostra partecipazione.

Anche se vi siete prenotati via email RIFATE la prenotazione perchè NON è arrivata.

Grazie
Robbb
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aldo67



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MessaggioInviato: Ven Mar 14, 2008 12:06 pm    Oggetto: Rispondi citando

A STASERA, VI ASPETTIAMO NUMEROSI.
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